Quando si parla di protezione delle vie respiratorie, la scelta del facciale filtrante o dell’autorespiratore non è sufficiente a garantire la sicurezza dei lavoratori. Perché un DPI respiratorio sia realmente efficace, deve aderire correttamente al viso della persona che lo indossa. Ed è qui che entra in gioco una figura spesso sottovalutata ma fondamentale: il fit tester.
Che cos’è il Fit Test?
Il fit test è la procedura – qualitativa o quantitativa – che consente di verificare che un facciale aderente (semi-maschera, pieno facciale, FFP3, ecc.) sia perfettamente adatto al volto del lavoratore. Non è una semplice prova “di comfort”: è un controllo tecnico che determina se il DPI scelto può garantire il livello di protezione atteso.
In molte realtà industriali, in particolare dove sono presenti:
- sostanze chimiche pericolose,
- fumi di saldatura,
- polveri e particolati nocivi,
il fit test rappresenta una misura essenziale per evitare esposizioni che possono avere effetti sulla salute sia immediati che a lungo termine.
Perché serve un Fit Tester qualificato
La normativa e le buone prassi internazionali (HSE, ISO 16975-3, INAIL) richiedono che il fit test sia effettuato da personale competente e formato.
Il fit tester non si limita ad applicare una procedura: svolge un vero e proprio ruolo di consulenza e verifica.
Un fit tester qualificato garantisce:
1. Scelta corretta del facciale per ciascun lavoratore
Ogni viso ha caratteristiche uniche (forma, dimensioni, presenza di barba o cicatrici).
Un DPI che funziona bene su una persona può essere completamente inefficace su un’altra.
Il fit tester individua il modello più adatto attraverso prove oggettive.
2. Verifica dell’effettiva tenuta
Il fit tester esegue test standardizzati in cui misura – o valuta, in caso di test qualitativo – se vi siano infiltrazioni di contaminanti nella maschera durante movimenti, respirazione o attività simulate.
3. Formazione sull’uso corretto dei facciali
Un facciale anche perfetto può risultare inutile se indossato male. Il fit tester:
- spiega come effettuare il controllo di tenuta ogni volta che si indossa il DPI (user seal check),
- corregge eventuali errori,
- verifica le modalità di manutenzione, sostituzione filtri e conservazione.
4. Tracciabilità e conformità normativa
Il fit tester rilascia un report e garantisce che l’azienda sia allineata alle richieste di DVR, audit, ispezioni e certificazioni.
Cosa rischia un’azienda che non effettua il Fit Test
Molte aziende selezionano DPI anche di ottima qualità, ma non eseguono il fit test. Questo comporta rischi significativi:
- Falsa sicurezza: il lavoratore crede di essere protetto, ma l’infiltrazione di fumi o sostanze chimiche può essere elevata.
- Esposizione cronica: irritazioni, patologie respiratorie, effetti tossici da sostanze chimiche possono emergere anche dopo anni.
- Responsabilità giuridica: in caso di controllo o incidente, l’assenza di fit test può essere considerata carenza nella formazione e nella valutazione dei rischi.
- Costi maggiori a lungo termine: turn-over dei DPI, inefficienza, assenze per malattia, non conformità.
Fit Test e fumi di saldatura: un caso particolarmente critico
I fumi di saldatura sono classificati come cancerogeni e la loro esposizione deve essere mantenuta al minimo secondo il principio ALARA.
Il facciale filtrante è spesso l’ultima barriera che protegge il saldatore.
Senza un fit test:
- le micro-infiltrazioni non vengono rilevate,
- la quantità di particelle inalate aumenta,
- la protezione nominale del DPI non corrisponde alla protezione reale.
In ambienti di saldatura la figura del fit tester è quindi ancora più strategica.
Fit Test e sostanze chimiche: protezione proporzionata al rischio
In presenza di vapori organici, inorganici, acidi, ammoniaca o agenti tossici, la mancata aderenza del facciale può tradursi in esposizioni acute con sintomi immediati (vertigini, nausea, irritazione) o croniche.
Il fit tester garantisce che:
- il filtro scelto sia corretto (A, B, K, P3… oppure combinati),
- la maschera sia adatta all’attività,
- il lavoratore sappia riconoscere i segnali di malfunzionamento (odori, gusto, resistenza alla respirazione).
Ogni quanto deve essere fatto il Fit Test?
Le buone prassi consigliano di ripeterlo:
- annualmente,
- oppure ogni volta che cambia il modello di DPI,
- o quando cambia la morfologia del viso del lavoratore (peso, barba, interventi chirurgici).
Il fit test non è un adempimento “una tantum”: è parte integrante della gestione della protezione respiratoria.
Conclusione
La presenza di un fit tester qualificato nelle aziende che gestiscono rischi da esposizione a sostanze chimiche o fumi di saldatura rappresenta un investimento concreto in:
- sicurezza reale,
- conformità normativa,
- benessere dei lavoratori,
- riduzione dei rischi a breve e lungo termine.
Un facciale non aderente è un DPI inefficace.
Un fit test eseguito correttamente è l’unico modo per assicurarsi che la protezione sia davvero quella prevista.

